Paura e ansia…nemiche o alleate?

da | Paura, ansia, panico

La paura è la nostra emozione più potente, ci accompagna da millenni e ci ha permesso di evolverci, infatti, senza questo campanello di allarme, non avremmo attivato le risorse psico-fisiche necessarie per fuggire dai predatori o per affrontare i pericoli.

La paura è quindi, ed è sempre stata, una nostra alleata.

A differenza di epoche passate, ciò che oggi ci spaventa non è più la tigre che cerca di mangiarci, ma può essere un colloquio di lavoro, un esame universitario, il parlare in pubblico, un primo appuntamento, ecc…
Tutte queste situazioni possono attivare l’emozione della paura e anche il suo corrispettivo fisiologico…l’ansia.

Ansia e paura sono termini che vengono spesso confusi, o perché usati come sinonimi o perché si inverte il processo psicofisiologico che li lega: non proviamo paura perché siamo in ansia, ma abbiamo una reazione fisiologica denominata ansia perché abbiamo avuto paura.

 Il cuore che batte forte, l’aumento del ritmo respiratorio, la sudorazione sono i segnali che il corpo si sta preparando, in maniera naturale, ad affrontare una situazione minacciosa (reale o percepita). L’ansia diventa patologica solo se supera la soglia di funzionalità, da risposta attivante si trasforma in risposta inibente e può portare ad un vero e proprio blackout fisiologico conosciuto come panico.

Per chi ha provato il panico, il timore di rivivere quella terribile esperienza può far vivere con molta inquietudine le successive risposte fisiologiche perché saranno percepite come l’inizio di una progressiva intensificazione della paura che condurrà inevitabilmente al “blocco” psicofisiologico.

In questo caso, che rientra nella dinamica che sfocia negli attacchi di panico, il rapporto tra paura e ansia si inverte in quanto abbiamo, la paura che genera l’ansia ma anche l’ansia che viene percepita come stimolo minaccioso che aumenta la paura, aumentando a sua volta l’ansia…tutto questo fino al già citato blackout!

Per riportare ansia e paura ad essere nostre alleate va dunque spezzato il circolo vizioso di influenza reciproca negativa e ripristinato il corretto “flusso” che lega questi 2 stati.

Ricordiamoci che paura e ansia fanno parte di noi, ci servono, non potremmo vivere senza.

 

La terapia strategica offre un valido aiuto per risolvere i problemi legati alle manifestazioni patologiche di paura e ansia.
Continuando a navigare sul mio sito puoi trovare tutte le informazioni in merito a questo, o altri problemi, che limitano la tua vita e/o quella dei tuoi cari.

ADHD e le neurodivergenze

La breve analisi fatta fino ad ora sull’ADHD tiene conto in maniera particolare della visione “da manuale diagnostico”, quindi molto clinica e per certi aspetti molto rigida, nonché centrata su tutto ciò che non può far altro che compromettere il comportamento sociale, relazionale, lavorativo e di rapporto con se stesso/a della persona.

Dal quadro presentato, infatti, potremmo già rispondere alla domanda dicendo con assoluta certezza che Sherlock Holmes non rientra in questa descrizione!

Il discorso è più lungo e complesso, l’ADHD non si esaurisce in una serie di sintomi che mina il funzionamento dell’individuo, anzi, ora dovremmo andare oltre la catalogazione nosografica e non parlare più di sintomi.

L’ADHD si configura come una neurodivergenza, temine coniato nel 1997 e che si sta diffondendo sempre di più nel mondo scientifico e non solo.

Neurodivergenza è un termine che indica le persone ha hanno un funzionamento cerebrale (modalità di elaborare le informazioni e di apprendere) diverso rispetto a quello che viene considerato standard (o tipico). Si tratta di una condizione che si manifesta in molte forme diverse, da quelle più lievi a quelle più invalidanti, e non sempre sono svantaggiose per l’individuo.

Le caratteristiche neurodivergenti, infatti, possono anche essere una preziosa risorsa e configurarsi come punti di forza da un punto di vista adattativo ed evolutivo.

Recenti studi hanno osservato che i soggetti con ADHD possono avere livelli di creatività e una propensione all’innovazione maggiori rispetto a persone di pari età e scolarità non ADHD. Possono avere maggiori abilità visuo-spaziali, da cui deriva la capacità di notare anche i più piccoli dettagli, possono rimanere iper-concentrati su uno specifico compito (hyperfocus) e non rendersi conto dello scorrere del tempo fino a quando non l’hanno portato a termine, possono avere un QI più alto della media, e molti altri.

Da questo breve elenco, già possiamo riconoscere alcune caratteristiche che tornano a dare dignità alla domanda iniziale, e quindi…

Sherlock Holmes poteva essere una persona con ADHD?

Proviamo dunque a fare questo esercizio!

Nella descrizione che fa Conan Doyle dei comportamenti di Sherlock Holmes, nell’arco dei libri e dei racconti, alcuni potrebbero andare a favore di questa tesi.

Primo fra tutti l’hyperfocus!

Una delle principali caratteristiche del detective è quella di riuscire a rimanere totalmente assorbito dal caso a cui sta lavorando, tanto da arrivare a dimenticare di mangiare o di dormire.

Questo stato di concentrazione non lo raggiunge solo quando si tratta di lavoro, ma anche nelle attività più ricreative, tipiche di Holmes, come suonare il violino o fumare.

L’analisi dei dettagli.

Quasi nulla sfugge all’occhio analitico di Sherlock Holmes, famosa la sua frase, rivolgendosi all’amico Watson, “Lei vede ma non osserva”.

Che siano impronte, segni impercettibili sugli oggetti, espressioni facciali e altri dettagli relativi alla persona, la capacità che ha Holmes di notare ogni particolare, e trarne informazioni utili per il caso, è considerata magica da chi non riesce a fare lo stesso tipo di osservazioni, per poi diventare “banale” una volta che il detective ha spiegato i suoi ragionamenti.

Impulsività e iperattività

Difficilmente, nell’atteggiamento pacato, freddo e calcolatore che contraddistingue Holmes, possiamo riscontrare elementi di impulsività.

Nelle varie avventure è capitato anche al detective di fare degli errori di valutazione, perché è giunto affrettatamente alla conclusione dei suoi ragionamenti senza avere tutti gli elementi, ma in questi rari casi, più che parlare di impulsività, questi errori sono più un espediente narrativo utilizzato dall’autore per far sembrare il suo personaggio più umano (a chi non capita mai di sbagliare dopotutto…).

Diverso è il discorso sull’iperattività.

Sherlock Holmes, infatti, è sempre “in movimento” non solo da un punto di vista motorio, ma soprattutto considerando l’attività mentale.

Holmes si deve sempre mantenere “attivo”, dedicandosi ai casi, suonando, facendo esperimenti, entrando in situazioni scomode nei peggiori quartieri di Londra, pensando oppure facendo ricorso alla cocaina.

Watson rimprovera spesso Holmes per questo suo insano “passatempo” (all’epoca ancora non si conoscevano in maniera dettagliata gli effetti devastanti della droga, anzi…), ma l’effetto che ricercava con l’utilizzo della sostanza non era quello di essere sovra-stimolato, al contrario, lo stimolante lo aiutava a calmarsi, ad uscire da uno stato di stagnazione mentale che è la cosa che più agita il detective.

 

Tirando le somme, sembra che ci siano molti punti a favore per rispondere “SI” alla domanda inziale, ma possiamo trovare anche punti che mettono in dubbio una risposta certa come, ad esempio:

  • Holmes non mostra incapacità di pianificazione o di portare a termine un suo obiettivo
  • Riesce a mantenere il controllo delle sue emozioni e dei suoi comportamenti anche nelle situazioni più critiche
  • Riesce a lavorare su più casi contemporaneamente dimostrando di non perdere un solo dettaglio di ognuno di loro, dando dimostrazione di una memoria di lavoro particolarmente efficace
  • Come già espresso, difficile trovare esempi evidenti di comportamenti impulsivi
  • Anche se Holmes è un tipo piuttosto solitario, che ha fatto entrare nella sua vita il dott.Watson e pochi altri, questa sua caratteristica non è segno di una incapacità di socializzazione

 

Insomma, il dibattito è ancora aperto.

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Dott. Gianluca Minucci

Psicologo, psicoterapeuta, specializzato in Terapia Breve Strategica, ipnologo e formatore.

Mi sono laureato in Psicologia a Roma e studiato Psicoterapia nella prestigioso Centro di Terapia Strategica di Arezzo, sotto la guida del Prof. Giorgio Nardone.

Da anni aiuto i miei pazienti e superare le loro difficoltà, a recuperare le loro risorse e a ritrovare il modo di relazionarsi efficacemente con loro stessi/e gli altri/e e il mondo.

Ricevo online (Terapia a distanza)

Per esigenze specifiche, possiamo anche fissare incontri in presenza a Roma